Mal di schiena, una visione funzionale

L’organismo umano può stoccare il grasso sotto la pelle, tra i visceri (grasso viscerale) ma anche nei muscoli (IMAT o Intra Muscular Adipose Tissue). Ovviamente questa è una differenziazione “didattica” perché il grasso può essere stoccato in molti più tessuti , ma queste tre aree risultano quelle in cui è decisamente maggiore lo stoccaggio.

Nei soggetti sani, il grasso sottocutaneo, viscerale e IMAT aumentano e diminuiscono in maniera proporzionale mentre in condizioni di iperalimentazione e infiammazione cronica (causata, ad esempio, da stress cronico) il grasso intramuscolare può aumentare maggiormente perché i tessuti dei soggetti cronicamente stressati e infiammati producono sostanze (chiamate citochine) che alterano il metabolismo corporeo e portano ad accumulare grasso a livello viscerale che a sua volta produrrà citochine innescando un circolo vizioso.

Nel caso si verifichi un aumento di grasso intramuscolare si innescheranno una serie di ricadute:

  • minor efficienza muscolare perché il grasso è un “cattivo conduttore” per l’impulso neuromuscolare
  • minor capacità di stoccare acqua intracellulare quindi tendenza alla disidratazione
  • minor espressione di forza muscolare (chiamata dinapenia)

Nella foto (da “NMR imaging estimates of muscle volume and intramuscular fat infiltration in the thigh: variations with muscle, gender, and age” – Jean-Yves Hogrel, Noura Azzabou – June 2015) si può vedere la sezione di un muscolo “sano” a sinistra e uno con accumulo di IMAT a destra.

L’IMAT può stoccarsi in praticamente tutti i muscoli e comprometterne la funzionalità. Non è raro, infatti, vedere risonanze magnetiche in cui il multifido e i paravertebrali sono “infarciti”di IMAT. Questi soggetti, in genere sovrappeso, soffrono di lombalgia dovuta anche alla poca funzionalità dei muscoli che controllano la postura della colonna. Ecco un esempio di come la composizione corporea può incidere sul benessere posturale del soggetto. Alla luce di quanto detto cerchiamo di capire come risolvere il mal di schiena.

Se siamo in sovrappeso perdere qualche kg aiuterà senz’altro. Soggetti con pance molto prominenti spostano in baricentro corporeo in avanti e creano una maggior tensione a carico dei muscoli lombari che, sul lungo periodo, scateneranno dolore. Un’attività fisica costante contrasta anche i livelli di IMAT nei muscoli coinvolti e questo permette una miglio attivazione e controllo posturale nei muscoli lombari/addominali.

A livello alimentare sarà opportuno creare un bilancio energetico tra kcal assunte e kcal consumate. Tra le principali cause dell’accumulo di IMAT vi è sicuramente un eccesso alimentare che nel tempo si è trasformato nel sovrappeso tipico di chi ha IMAT in abbondanza. Un’alimentazione corretta permette di controllarne l’accumulo.

Ma soprattutto è opportuno controllare lo stato infiammatorio cronico attraverso strategie come:

  • limitare gli eventi stressanti (ove possibile) concentrando quelli su cui abbiamo il controllo nella prima parte della giornata in modo da sincronizzare il ciclo attività/riposo con quello giorno/notte
  • evitando cibi pro infiammatori (come grassi saturi e zuccheri semplici) e aumentando quelli “antinfiammatori” (come frutta e verdura) e assumendo un corretto quantitativo di acqua (almeno 30ml per kg di peso ideale)
  • eseguendo un’attività fisica costante (almeno 2/3 volte a settimana) perché i muscoli, quando stimolati, producono citochine antinfiammatorie che aiutano nel controllo dell’infiammazione

Referenze:

Hogrel, N. Azzabou – “NMR imaging estimates of muscle volume and intramuscular fat infiltration in the thigh: variations with muscle, gender, and age” – June 2015

J.P. Lim et al. – “Inter-muscular adipose tissue is associated with adipose tissue inflammation and poorer functional performance in central adiposity” (2019)

C.A. Vella, M.A. Allison – “Associations of abdominal intermuscular adipose tissue and inflammation: the multi ethnic study of atherosclerosis” (2018)

AA.VV. – “Biologia: cellula e tessuti” – Edi Ermes (2014)

L’articolo è stato scritto dal Dott. Gabriele Pelizza 
Osteopata

Indirizzo Studio: Via Circonvallazione, 39, 10015 Ivrea (TO)

Cell. 338 504 4198 
Mail. gabriele.pelizza@gmail.com

E’ autore del Libro: Composizione Corporea – Dalla fisiologia alla pratica
Trovate il suo biglietto da visita nella Sezione Collaborazioni

La fame emotiva

La fame emotiva

L’influenza reciproca che caratterizza emozioni e cibo è un argomento che suscita interesse in diversi ambiti, da quello delle scienze della nutrizione umana a quello della psicologia e assume rilevanza anche dal punto di vista clinico.

Le emozioni fanno parte delle esperienze umane e, di per sé stesse, non hanno alcunché di anormale. Quando queste influenzano a tal punto il comportamento alimentare da risultare quasi impossibile controllare il proprio regime dietetico, a livello di quantità e qualità dei cibi ingeriti, si parla di fame emotiva (emotional eating). Accade così che la fame si confonda con le emozioni e il cibo venga utilizzato per far fronte alle difficoltà della vita o allo stress quotidiano. Mangiare diventa una strategia di adattamento alle situazioni problematiche, un modo per anestetizzare i sentimenti negativi, quali angoscia, depressione, rabbia, noia, solitudine, che le difficoltà suscitano.

In molti casi si mangia in modo compulsivo, perché ci si sente incapaci di affrontare le emozioni troppo violente, si mangia anziché dar sfogo al dolore, alla rabbia, alla gioia, poiché mangiando ci si aspetta di ridurre lo stato di malessere e si tende a ripetere questo comportamento ogni volta che ci si trova in una situazione di stress, di ansia, di tristezza.

Al termine dell’episodio di fame emotiva, i vissuti più ricorrenti sono: il sentirsi sovrappeso, anche se, nella maggior parte dei casi, non lo si è, la rabbia nei propri confronti, il senso di colpa e la sensazione di non essere in grado di controllare la propria fame. Si accompagnano, inoltre, a malesseri fisici, quali mal di testa, senso di pesantezza addominale, stanchezza, intensi sbalzi d’umore, in particolare ansia e depressione.

Nonostante le possibili conseguenze negative connesse, l’abbuffata permette di raggiungere, in modo più o meno consapevole, un obiettivo: distrarsi, almeno per un periodo di tempo, dalle proprie emozioni negative.

Al contrario delle persone affette da bulimia e anoressia, i mangiatori emotivi in genere non ricorrono a pratiche compensatorie, come il vomito auto indotto o l’abuso di lassativi, più frequentemente ricorrono invece a diete molto restrittive per controllare il peso corporeo.

Una simile condotta alimentare determina, a lungo andare, la difficoltà a distinguere le sensazioni corporee dalle reazioni emotive.

I modelli di fame emotiva

Esistono diversi modelli di fame emotiva, anche se risulta difficile stabilire l’appartenenza di una persona ad un unico modello; se ne possono individuare principalmente tre (Fata, 2005):

ü  casi in cui l’atto di mangiare sembra rivestire un ruolo di maggiore importanza, rispetto al tipo di cibo assunto;

ü  casi in cui l’elemento maggiormente piacevole sembra essere connesso al poter svolgere tale attività in segreto e all’eccitazione dovuta al rischio di essere colti in flagrante;

ü  casi in cui prevalgono le abbuffate compulsive, indotte da una sensazione di fame incontrollabile.

La fame emotiva si presenta secondo alcuni schemi temporali, specifici per ogni soggetto, in particolare: nel tardo pomeriggio, quando i livelli di serotonina si abbassano; alla sera, prima o dopo cena; oppure, in modo intermittente, nel corso della giornata. Essa può protrarsi per un periodo di tempo di lunghezza variabile, da alcuni minuti, ad alcune ore, dopo l’insorgere dello stato emozionale.

Un episodio di fame emotiva può essere scatenato da una o più emozioni. Può suscitare la voglia di un cibo specifico, di un alimento di una determinata categoria, oppure il desiderio generico dell’atto di cibarsi in sé.

Si tratta, inoltre, di un fenomeno che, a tratti, può riguardare ogni individuo in qualsiasi momento della sua vita.

Comportamenti ed emozioni guidano le nostre voglie di cibo

È interessante notare che uomini e donne attribuiscono alle loro voglie alimentari comportamenti ed emozioni contrastanti. Normalmente gli uomini pensano che esse scaturiscano dalla fame, mentre è più facile che le donne le attribuiscano ad umori negativi come la noia e lo stress. Le donne sono inoltre più portate a provare sentimenti negativi, quali i sensi di colpa e i rimorsi, se hanno ceduto alla tentazione (Weingarten e Elston, 1991). Ciò induce a credere che gli episodi di fame emotiva siano più ricorrenti tra le donne, in relazione a vissuti d’ansia, inquietudine, sentimenti negativi verso sé stessi, rabbia, disagio generico, in concomitanza con una dieta molto restrittiva, o alternata a periodi di grandi abbuffate. In quest’ultimo caso, in particolare, sembra che la deprivazione di cibo renda più sensibili agli stimoli alimentari, che vengono percepiti più piacevoli, rispetto alla media (Drobes, 2003). Infatti, accade spesso che la fame emotiva si presenti nel corso di una dieta eccessivamente restrittiva.

A volte si considera la dieta dimagrante una sorta di autopunizione che ci si deve infliggere, perché ci si svaluta, si ritiene di non meritarsi alcunché e che solo dopo averla seguita con successo ci si possa concedere qualcosa di gratificante. Purtroppo, l’eccesso di ristrettezze alimentari espone al rischio di forti sbalzi d’umore e di grandi abbuffate. In pratica, si crea un circolo vizioso in base al quale una dieta particolarmente restrittiva porta a una maggiore reattività emotiva, che, a sua volta, espone maggiormente al rischio di perdere il controllo sull’alimentazione.

La fame emotiva di per sé non è una malattia né un disturbo, tuttavia può essere un campanello d’allarme di uno stato di malessere da non trascurare e a lungo andare può trasformarsi in un vero e proprio disturbo. Per questo è importante riconoscerla e rivolgersi allo psicologo/psicoterapeuta, meglio ancora se si tratta di un professionista che collabora con specialisti della nutrizione, poiché un approccio ideale è quello che integra la consulenza psicologica a quella nutrizionale.

 

Riferimenti bibliografici:

Drobes, D. et al. (2003), “Food deprivation and emotional reactions to food cues: implications for eating disorders”, Journal of Clinical Child and Adolescent Psychology, 32, 1, 32-39.

Fata, A. (2005), Il cibo come fonte di essere e ben-essere, Armando editore, Roma.

Weingarten, H.P. and Elston, D. (1991), Food Craving in a College Population. Appetite, 17, 167-175

L’articolo è stato scritto dalla Dott.ssa Laura La Carbonara
Psicologa – Psicoterapeuta
Esperta in disturbi dell’apprendimento e difficoltà scolastiche

Indirizzo studio: Via Massacra, 5 – Pavia
Numero: 3312243255
Mail: lauralacarbonara@gmail.com
Sito: www.psicologapv.it

I significati del cibo

I Significati del Cibo


La rubrica Alimentiamo La Mente prende il nome dal progetto omonimo che Valentina, biologa nutrizionista, e Sonia, terapista della neurospicomotricità dell’età evolutiva, hanno fondato nel 2017 per rispondere ad esigenze emerse dal lavoro quotidiano con i loro grandi e piccoli pazienti.

La scelta di unire due professioni apparentemente così distanti risiede nel duplice significato che

hanno il cibo stesso e le abitudini alimentari di ciascuno.

Parlare di alimentazione non è solo parlare di cosa, quanto e quando una persona mangia, è molto di più.

Nel libro “Il bambino da 0 a 3 anni” il dottor T. B. Brazelton scrive: “Nello stesso istante in cui una madre si porta per la prima volta il bambino al seno, sa istintivamente che, per il benessere del bambino, il messaggio d’amore fornito insieme all’atto nutritivo è importante quanto lo stesso cibo. E ha ragione: senza questi messaggi, il cibo non basterà a nutrire lo sviluppo emotivo, o anche solo fisico, del bambino.”

Da queste parole possiamo ben capire come il momento del pasto non sia solamente il momento di consumo di quanto preparato ma anche un tempo di scambio affettivo tra neonato e la mamma prima e tra il bambino e il resto dell’ambiente famigliare nelle epoche successive.

Si viene così a creare un circuito comunicativo indiretto, una sorta di telefono senza fili in cui il messaggero è proprio il cibo stesso e la sua modalità di consumarlo.

Pensiamo a quanto sia importante che, nelle prime settimane di vita, le madri imparino a riconoscere i diversi significati del pianto del proprio bambino: per fame, per dolore, per sonno o semplicemente per richiamare a sé l’attenzione.

Supponiamo che un bambino pianga per un disagio, ad esempio male al pancino, e la madre per calmarlo lo porti al senso, pensando che abbia fame.

 

 Quello che si viene a verificare è un’associazione scorretta tra una sensazione fisica interna del bambino, il dolore al pancino, e il significato esterno attribuito dalla madre, la fame, che la porta a rispondere in maniera non adeguata al bisogno del piccolo di quel momento.

Questo atteggiamento, se ripetuto nel tempo, può portare il bambino ad associare il suo disagio fisico al cibo e arrivare ad attribuirgli un valore di “cura” che in realtà il cibo non ha.

Questo può essere pericoloso perché non risolvendo il problema (mangiando non passa il dolore alla pancia), può venirsi ad instaurare un circolo vizioso che porta il bambino ad un’assunzione sregolata di cibo con conseguenze importanti sul suo sviluppo sia fisico sia psicologico.

Se pensiamo anche a quanto, con la crescita, sia sempre più complesso modificare le abitudini alimentari, e di conseguenza i messaggi emotivi associati, si può capire quanto sia importante conoscere i principi di una sana educazione alimentare e comprendere i significati psicologici che accompagnano le varie modalità e abitudini alimentari.

Proprio per questo è quindi importante guidare ragazzi e bambini, sin da quando sono piccoli, verso abitudini alimentari sane e corrette.

 I recenti dati statici Istat sono purtroppo allarmanti e sottolineano un’importante crescita dell’obesità infantile e adolescenziale. Sempre più bambini e ragazzi fanno un uso poco, se non per nulla, controllato dei fatidici “junk food” (hamburger, patatine, salse, bibite gassate, merendine…) e allo stesso tempo sembra essere diminuita la pratica sportiva con aumento della sedentarietà. Sicuramente l’impatto delle nuove tecnologie sulle abitudini quotidiane ha avuto una notevole influenza: pensiamo a noi adulti, quanto tempo al giorno passiamo semplicemente seduti in ufficio durante una pausa o sul divano per controllare le notifiche dei vari social network?Immaginiamo quanto tempo possano passare i ragazzi davanti agli schermi per giocare alle moderne console?

Il consiglio che ci permettiamo di dare è quello di cercare di gestire “il momento pasto” con i tempi giusti, dando al bambino la possibilità di rendersi conto di quale cibo ha nel piatto, di sentirne il gusto e di non essere distratto magari dal cartone animato preferito o dal programma tv del momento.

L’educazione alimentare deve avvenire per gradi, non c’è bisogno di vietare categoricamente delle categorie di cibi ma si possono apportare cambiamenti salutari per tutta la famiglia, promuovendo delle piccole modifiche e non troppo veloci (ad esempio sostituire una bevanda zuccherata con qualcosa di più salutare o fare una merenda #homemade per sostituire le merendine confezionate).

Valentina e Sonia sono a disposizione per laboratori interattivi per i più piccoli e per incontri personalizzati con i genitori e/o insegnanti interessati all’argomento. 

Per saperne di più del nostro progetto vi invitiamo a leggere la pagina dedicata

Potete scriverci alla mail alimentiamolamente@gmail.com