effetto yo-yo

L’effetto YO-YO

L’effetto YO-YO: ha implicazioni sia alimentari che psicologiche 

 

Nella pagina iniziale del mio Blog BioNutriForm ho scelto una frase che ha una grande importanza:

Mangiare è una necessità. Mangiare intelligentemente è un’arte.”

Molto spesso il cibo viene associato a degli eventi sociali; la cena di compleanno, il sabato sera con amici, il festeggiamento di una ricorrenza e molto altro. Quando ci troviamo in queste situazioni ci si sente appagati e soddisfatti e il benessere che ci dà il cibo è innegabile. In molti casi invece cerchiamo di resistere alle tentazioni, diventiamo “sportivi” dalla sera alla mattina, rinunciamo alle uscite sociali e….alla fine i chili di troppo non se ne vanno! Questo ci porta ad uno sconforto nelle nostre capacità e si comincia a pensare che tutta quella fatica non è servita a nulla.

Quello di cui stiamo parlando viene chiamato “effetto yo-yo” ed  è quello che capita a molte persone dopo aver fatto un lungo percorso di “diete restrittive”, quindi limitando alimenti sia nella quantità che nella qualità.

Quali sono le cause? Possiamo suddividerle in due categorie: Biologiche/Nutrizionali e Psicologiche.

Le cause Biologiche/Nutrizionali

Quasi il 90% delle persone che si sottopongono a diete drastiche riacquista il proprio peso entro 12 mesi dalla fine del percorso, inoltre, in alcuni casi, si riprende anche qualche chilo in più rispetto a quelli di partenza. Questo problema è spesso presente quando le diete sono molto ipocaloriche e sbilanciate nella composizione dei nutrienti, come ad esempio molte diete “fai-da-te” o di “tendenza” dove si eliminano quasi completamente i carboidrati a discapito di una grande quantità di proteine (I carboidrati non sempre sono i cattivi!!!)

La rapida perdita di peso comporta la perdita delle proteine della massa muscolare e di acqua presente nel muscolo, ma non della massa grassa. Per questo motivo, una volta tornati alle solite abitudini alimentari si tende inesorabilmente a recuperare il peso sotto forma di grasso.

Il problema non è solo il recupero del peso che, diciamoci la verità è la cosa che preoccupa maggiormente, è quello che le persone notano a livello visivo. Quello che non riusciamo ad osservare, ma che accade, è invece la tendenza a cambiare la composizione corporea: aumenta il grasso, diminuisce la massa magra che è responsabile dell’attività metabolica, ovvero quell’attività che ci consente di utilizzare le calorie introdotte.

Aumentare la massa grassa, in sostituzione di quella magra (conseguenza delle diete molto restrittive), non fa altro che causare un rallentamento del metabolismo e questo spiega perché sia così difficile, per molte persone, perdere peso anche quando seguono una dieta. Inoltre, esiste un altro meccanismo che concorre a farci recuperare il peso: il nostro corpo reagisce alla riduzione della mancanza di energia (e quindi di cibo) difendendosi in vari modi. Ad esempio abbassando, come già detto, il metabolismo e facendoci ridurre l’attività fisica. Si è proprio così: meno energia arriva più il corpo entra nella modalità “risparmio energetico”. Uno degli elementi considerati fondamentali per la perdita del peso come l’attività fisica tende spontaneamente a ridursi quando siamo a dieta. Ciò significa che, quando seguiamo una dieta restrittiva per lungo tempo il nostro corpo si difende e reagisce contro la nostra volontà.

Proprio nel novembre scorso è uscito uno studio molto interessante sulla rivista Nature che collega la ripresa del peso dopo una dieta con il microbioma intestinale. Il termine microbioma è in questo periodo “di tendenza”, stanno infatti uscendo molte ricerche che lo reputano coinvolto in molti disturbi e patologie e non sono altro che i miliardi di batteri che popolano il nostro intestino e che fino a poco tempo fa chiamavamo comunemente (ma erroneamente) “flora intestinale”.

I ricercatori hanno condotto uno studio sui topi: gli animali sono stati sottoposti a una dieta nella quale cibi normali venivano alternati ciclicamente ad alimenti ricchi di grassi. Sono state osservate in questo modo delle modifiche al microbioma intestinale che si ritrovavano anche dopo la perdita di peso nei topi obesi. Queste modifiche al microbioma, secondo lo studio, contribuivano poi a far riguadagnare ai roditori il peso perduto, in modo veloce, quando questi venivano di nuovo sottoposti ad una dieta ricca di grassi.

Non trovate ci sia qualche similutidine con quello che capita anche a noi dopo una dieta?

Lo studio ha osservato che dopo una dieta, il microbioma alterato contribuisce nell’intestino alla riduzione dei livelli di alcune sostanze che si trovano in natura in alcuni frutti e verdure, chiamate flavonoidi, e a ridurre anche il dispendio energetico. Le ricerche future esamineranno il potenziale uso clinico di flavonoidi e altri metaboliti bioattivi come possibili terapie per una gestione efficace del peso a lungo termine.

Le cause psicologiche

La dieta ha anche degli effetti psicologici che possono controbilanciare gli effetti positivi della perdita del peso corporeo.

Quando intraprendiamo qualsivoglia percorso di cambiamento, riponiamo in esso tutta una serie di aspettative delle quali ci rendiamo più o meno conto. Quando iniziamo una dieta dimagrante, ad esempio, ci viene automatico fare delle fantasie su come sarà il dopo ed anche su come andrà il durante (sarà difficile, non ce la farò mai, finalmente potrò entrare di nuovo nella taglia 42…). Questo accade perché la nostra mente funziona come una perfetta macchina del tempo: siamo bravissimi a fare congetture sul futuro o a rimuginare sul passato e questo ci porta purtroppo a perdere spesso il contatto con il momento presente.

Essere troppo focalizzati sul futuro (è quasi un mese che sto a dieta e ho perso solo un kg, quando perderò la prima taglia? Questa dieta non sta funzionando, non funzionerà, non dimagrirò mai…) durante un percorso dimagrante può essere davvero disfunzionale e deleterio in quanto questi brutti pensieri che la nostra mente ci pone davanti possono portarci a non seguire più lo schema alimentare con conseguente recupero del peso perso ed aumento di ansia e frustrazione.

L’aumento di ansia e frustrazione in questi casi può portare a vari tipi di comportamento che possono innescare il famoso “effetto yo-yo” il quale, sicuramente, non contribuisce a farci stare bene da nessun punto di vista: se iniziamo a prendere peso perché sfiduciati e diminuiamo drasticamente la quantità e la qualità di cibo, inizialmente ansia e frustrazione diminuiranno perché vedremo finalmente l’ago della bilancia scendere di nuovo ma nel lungo termine ci renderemo conto che 1) non possiamo mantenere a vita un regime alimentare così restrittivo (e state sicuri che anche per il più tenace di noi si rivelerà essere così) 2) una volta che sgarriamo anche solo di poco, l’ago della bilancia sale…ed ecco di nuovo ricominciare con il circolo vizioso di frustrazione, ansia e l’umore depresso che tornano a farci compagnia e a ripeterci quanto siamo falliti e quanto diventeremo grassi perché con noi le diete non funzionano.

Questo accade non perché siamo sbagliati, semplicemente perché siamo esseri umani e la nostra mente funziona così, proiettata nel futuro o persa nel passato (ah, com’ero bella e magra in questa foto, non tornerò mai più così), nel frattempo magari ci facciamo fuori un bustone di patatine perché in qualche modo ci offre sollievo momentaneo, salvo poi pesarsi e farsi prendere nuovamente dai sensi di colpa, ansia e frustrazione.

Cosa possiamo fare allora quando stiamo seguendo una dieta e siamo frustrati perché l’aspettativa che avevamo si rivela essere più lenta e statica del previsto?

Per prima cosa: facciamoci seguire da un nutrizionista ( non cadiamo nell’errore del “posso farcela da solo” o del “che figata la nuova dieta iperproteica senza carboidrati di Pincopallino che ho letto sul giornale Pincoquadratino e che ha fatto perdere 18 kg in 10 giorni alla Pincopina”). Ogni programma nutrizionale deve essere personalizzato, ciò che funziona per “Pincopina” non è detto che funzioni per te, anzi, molto probabile che otterremo l’effetto opposto.

Seconda cosa: ci sono numerose tecniche che possiamo imparare per affrontare più serenamente questo percorso e non farci catturare da ansia e frustrazione, ovviamente questa non è la sede più corretta per affrontarle ed impararle insieme ma vi assicuro che esistono e che noi psicologi del benessere esistiamo apposta per aiutarvi in questo cammino.

Al di là delle tecniche che ognuno potrà decidere se approfondire o no, quello che possiamo dirci quando ci vengono brutte idee in testa è questo: “sono qui, adesso, noto i miei pensieri, lascio andare le mie frustrazioni e continuo a muovermi verso quello che è importante per me”. Ragioniamo sul fatto che mangiare perché siamo frustrati per la non perdita di peso momentanea non ce ne farà perdere di più; restringere il nostro regime alimentare a lungo termine non funziona, anzi, peggiora le cose. I risultati arrivano se ci impegniamo ogni momento a raggiungere il nostro obiettivo.

Concludendo, quali sono dunque le cause psicologiche dell’effetto yo-yo? Sono i pensieri proiettati al futuro o fermi al passato che generano ansia, frustrazione ed umore depresso. Come li combattiamo? Allenandoci a rimanere concentrati nel momento presente e ad agire verso i nostri obiettivi.

Quali sono invece le conseguenze psicologiche dell’effetto yo-yo?

Sicuramente ansia, frustrazione ed umore depresso ed i circoli viziosi di cui abbiamo già discusso in questo articolo, in aggiunta c’è il calo di autostima ed auto-efficacia poiché inizieremo a sentirci incapaci di raggiungere il nostro obiettivo. L’effetto yo-yo avrà, inoltre, un grande impatto sulla nostra vita sociale in quanto essendo vittime del nostro stesso giudizio, ci sentiremo messi a giudizio anche dagli altri con conseguente rifiuto e ritiro sociale. L’effetto yo-yo è anche associato ad un aumento del rischio di sviluppare disturbi alimentari come anoressia e bulimia. Facciamo qualcosa per noi stessi cercando figure valide che siano in grado di seguirci e indirizzarci, e ricordiamo che, come disse Tolstoj:

“C’è un solo tempo importante, – ADESSO! È il tempo più importante perché è l’unico tempo su cui abbiamo potere”


Se volete potete trovare l’articolo di Nature di cui si parla nell’articolo a questo link

L’articolo è stato scritto dalla Dott.ssa Valentina LevaBiologa Nutrizionista e dalla Dott.ssa Federica GrassiPsicologa Clinica che sono responsabili anche del progetto PsEquAl appartenente al gruppo di lavoro di Kosmos.

Per maggiori informazioni o per contattarci vi invitiamo a visitare la pagina FB oppure il sito.

mal di testa

Cibo ed emicrania: sono correlati?

Ciao a tutti,

oggi vorrei parlarvi di un argomento che coinvolge un sintomo di cui molti di noi soffrono: l’emicrania. Ma ci siamo mai chiesti se il cibo e l’emicrania possano essere correlati?

Prima di tutto è giusto dare una definizione di emicrania, anche se tutti noi la definiamo semplicemente e comunemente “mal di testa”. Con il termine generico cefalea si raggruppano tutte le tipologie di dolori alla testa esistenti. In generale si distinguono le cefalee primarie, ovvero che non hanno alcuna patologia alla base, come accade nel caso dell’emicrania, e le cefalee secondarie, ovvero causate dalla presenza di altre patologie. La più importante delle cefalee primarie è l’emicrania, si presenta generalmente con un dolore acuto o pulsante che solitamente inizia nella parte anteriore o su un lato della testa.mal di testa L’attacco può salire di intensità, estendersi alla regione frontale, coinvolgendo la fronte e le tempie. Può durare poche ore o persino giorni, con sintomi variabili da soggetto a soggetto, che possono essere in molti casi insopportabili: dolore pulsante, nausea, vomito, sensibilità alla luce e ai suoni. Talvolta l’emicrania è preceduta da alcuni segnali (emicrania con aura), il paziente avverte dei flash di luce, annebbiamenti ad uno a o ad entrambi gli occhi, formicolio agli arti, rigidità del collo, difficoltà nel parlare. Il soggetto colpito da emicrania deve spesso ricorrere al riposo completo in un ambiente tranquillo, isolato e buio. L’emicrania è definita cronica quando presenta sintomi per almeno 15 giorni al mese per tre mesi successivi. Le donne hanno tre volte più probabilità di soffrire di  emicranie.

Quali sono le cause dell’emicrania?

Le cause dell’emicrania non sono ancora del tutto chiare. È certo che più fattori giochino un ruolo determinante:predisposizione genetica, fattori esterni, patologie sistemiche, fattori ormonali. Talvolta è stata segnalata la correlazione tra emicrania e il consumo di alcuni alimenti o bevande. Sicuramente c’è un legame con stress, disturbi del sonno, cambiamenti climatici, uso di alcuni farmaci e problemi fisici.

Quali sono i cibi considerati come possibili scatenanti dell’emicrania?

I cibi considerati responsabili dell’insorgere di emicranie alimentari sono diversi: i formaggi stagionati, le bevande alcoliche (in particolare vino rosso e birra), i sottaceti, i cibi marinati o in scatola e i frutti (come l’avocado, i lamponi, fichi e le banane), yogurt, caffè e tè, bibite con caffeina (es.cocacola), aspartame (un dolcificante), glutammato monosodico (un esaltatore di sapidità che è contenuto soprattutto nei dadi da brodo, nella salsa di soia, in alcuni snack e nei preparati per zuppe), cioccolato e cacao, cibi grassi e fritture.

Gli attacchi di emicrania sono stati ricollegati, in numerosi studi, alla presenza naturale di alcune amine negli alimenti. Queste sostanze, contenenti azoto, sono presenti in animali, piante e batteri e spesso contribuiscono a determinare i sapori e gli aromi tipici degli alimenti. Le amine degli alimenti delle quali si conoscono gli effetti in questo campo sono: la tiramina, la feniletilamina e l’istamina. Sembra che le persone che soffrono di emicrania non riescano a metabolizzare in tempi brevi queste sostanze che, restando più a lungo nell’organismo, causano i mal di testa.

Come è possibile agire?

Agire sull’alimentazione

Purtroppo il problema dell’emicrania non può essere risolto solo a tavola, in quanto quest’ultima è provocata da una serie di diario alimentarefattori differenti, come anticipato prima, ma l’esclusione o la limitazione di certi alimenti può contribuire ad arginarlo. Con la supervisione di un medico in collaborazione con un nutrizionista, è quindi utile intraprendere uno scrupoloso piano alimentare, eliminando pochi alimenti per volta ed annotando sul proprio diario i cibi che sono stati consumati, gli orari dei pasti e se ci sono state dei miglioramenti o peggioramenti riferiti al disturbo. E’ impensabile eliminare contemporaneamente tutti gli alimenti che possono avere un ruolo nella generazione dell’emicrania perché non aiuta a capire se e quali di questi sono coinvolti nell’avvio e nel potenziamento del mal di testa. Quando l’esclusione di un dato cibo per qualche settimana non porta a benefici significativi, questo può essere reintegrato nella dieta, eliminandolo dalla lista dei possibili alimenti scatenanti.

Un’altro aspetto da prendere in considerazione sono le variazioni della concentrazione ematica di glucosio (ipo od iperglicemia) che possono fungere da elemento induttore nell’emicrania. Per questo motivo, è consigliato consumare pasti piccoli e frequenti, evitando il digiuno prolungato.

Agire utilizzando farmaci specifici

Premessa doverosa: Io non sono un medico e non ho le competenze per consigliare farmaci e non è il mio obiettivo! In questa sezione dell’articolo riporto, per completezza, degli studi  e delle evidenze che si basano sull’utilizzo di alcuni farmaci specifici utilizzati per l’emicrania. Ogni persona che soffre di questi disturbi deve rivolgersi ad un medico specialista prima di prendere qualsiasi tipologia di farmaco o fare delle cure da autodidatta!!!

Nei casi più gravi, in cui la cefalea non accenna a diminuire malgrado le rinunce alimentari, è opportuno fare ricorso a farmaci specifici, ma solo e sempre previa prescrizione medica, come ho già specificato poco fa. Il rapporto tra amine presenti negli alimenti e mal di testa fu individuato inizialmente (studi degli anni ’80-’90) nei pazienti sottoposti a terapie inibitorie contro la tubercolosi e anti-depressive ai quali venivano somministrati farmaci a base di monoamine ossidasi (MAO). La funzione di questi enzimi MAO è di metabolizzare le amine potenzialmente nocive prima che si diffondano nel sangue. È possibile, inoltre, che l’emicrania abbia una componente ereditaria. Alcune persone potrebbero avere una deficienza genetica di enzimi MAO che spiegherebbe l’insorgere dei mal di testa.

I triptani sono indicati per il trattamento di crisi emicraniche di intensità grave o moderata e della cefalea a grappolo. Poiché, oltre che sul dolore, sono efficaci anche sui sintomi di accompagnamento del mal di testa come nausea e vomito solitamente non richiedono l’associazione con antiemetici. Gli studi hanno osservato che danno in genere buoni risultati sul singolo attacco, ma non sono né preventivi né curativi.

Spero, come sempre, di essere riuscita  a darvi una visione generale e abbastanza completa sull’argomento! Per domande o curiosità sono sempre disponibile!

A presto

Valentina♥ 😉

Allergie

Allergia o Intolleranza????

Ciao a tutti!

Oggi vorrei discutere con voi di un argomento noto ma forse non sempre ben chiaro in quanto, spesso, allergia ed intolleranza vengono confuse oppure considerate la stessa cosa. Facciamo un po’ di chiarezza a riguardo….

Le allergie e le intolleranze alimentari appartengono alle manifestazioni derivanti dal consumo di un alimento che costituiscono un pericolo per la salute del soggetto (Reazioni Avverse da Alimenti, RAA). Indicano però due diversi tipi di reazione e, di conseguenza, non vanno confuse.

Le allergie alimentari

Per allergia si intende una reazione, mediata dal sistema immunitario, che si scatena in conseguenza dell’assunzione di alcune sostanze (dette allergeni) contenute negli alimenti. Le reazioni allergiche sono fenomeni complessi dal punto di vista fisiologico. Non sono reazioni dose-dipendenti e la sintomatologia non varia in alcun modo in funzione della quantità di sostanza assunta.

La vera allergia alimentare comincia con una prima fase, detta “sensibilizzazione”, che si innesca a seguito di un’assunzione diretta dell’alimento anche in piccole quantità. Questa fase non è accompagnata da particolari sintomi o disturbi ma ha per conseguenza la produzione di anticorpi IgE contro quel particolare antigene (detta Immunità acquisita). Un secondo contatto con l’allergene induce il suo riconoscimento da parte degli specifici anticorpi IgE e dà inizio alla serie di eventi caratteristici della risposta allergica (Figura 1).

Risposta allergica IgE
Figura 1: Schema del riconoscimento dell’allergene dagli anticorpi specifici anti-IgE e conseguente manifestazione della risposta allergica (dopo il secondo contatto dell’allergene).

I sintomi, molti e differenti, possono manifestarsi da pochi minuti a qualche ora dall’ingestione dell’allergene e comprendono:

  •  la formazione di eritemi (orticaria)
  • gli attacchi d’asma
  • disturbi gastrointestinali (dolore e scariche di diarrea)
  • forme più gravi come lo shock anafilattico

La tendenza a sviluppare allergie ha anche basi genetiche: è stato dimostrato che in una famiglia, nella quale almeno uno dei genitori soffre di allergie, i figli hanno il doppio delle probabilità di manifestare un’allergia alimentare. L’assenza di familiarità per allergia conferisce un rischio allergico al figlio pari al 5-15%. Quando un solo familiare di primo grado è allergico, il rischio di sviluppare allergia è pari al 20-40%; se la familiarità è doppia (due genitori o un genitore e un fratello) il rischio di sviluppare allergia è pari al 40-60%.

Ci sono dei Test diagnostici disponibili, a basso costo e semplici da eseguire, che consentono di testare più allergeni contemporaneamente e forniscono risposte rapide e sufficientemente affidabili.

  1. Skin Prick Test. Dopo aver individuato il gruppo di alimenti più probabilmente responsabile delle manifestazioni allergiche, lo specialista pone sulla cute dell’avambraccio del paziente una goccia di ogni tipo di estratto alimentare e punge la pelle con una lancetta monouso per far penetrare le varie sostanze. La lettura del testa avviene circa 20 min dopo e la positività viene correlata alla comparsa di gonfiore e rossore in corrispondenza di una delle zone di deposizione degli estratti alimentari (Figura 2).
    prick_test
  2. Test sierologici. Il dosaggio delle IgE specifiche (RAST test) viene eseguito per integrare i test cutanei positivi o incerti e permette di evidenziare, sia qualitativamente che quantitativamente, anticorpi di tipo IgE prodotti contro un specifico alimento e presenti nel sangue del paziente.

Diete di eliminazione. Esclusione, per un tempo definito, dell’alimento oppure del gruppo ristretto di alimenti sospetti di causare l’allergia. L’assenza o riduzione significativa dei sintomi rappresenta un’importante prova indiretta circa la probabile natura alimentare della patologia allergica. In seguito, gli alimenti sospetti sono reintrodotti, uno alla volta, in quantità definite e a intervalli di tempo regolari. L’eventuale ricomparsa di sintomi e la loro nuova riscomparsa, dopo una successiva eliminazione dell’alimento, costituiscono la prova dell’esistenza dell’allergia.

Test di provocazione orale (TPO). Rappresentano la prova più significativa a scopo diagnostico e confermano o escludono in maniera diretta l’allergia ad un determinato alimento. I TPO possono essere allestiti esclusivamente in centri diagnostici specializzati e protetti poichè richiedono un’attenta sorveglianza medica. Il paziente assume per bocca l’alimento o l’additivo sospetto e l’eventuale comparsa di una qualche reazione organica conferma o smentisce l’ipotesi di allergia. Un particolare test di stimolazione orale è quello controllato in doppio cieco contro placebo (DBPCFC – Double Blind Placebo Controlled Food Challenge). Si tratta di somministrare per via orale l’alimento o gli alimenti da testare seguendo un metodo prefissato e preciso che deve essere condotto in parallelo con un placebo (preparato innocuo) e la persona che si sottopone al test non deve essere influenzata. Entrambe le somministrazioni alimento/placebo vanno fatte a caso e inconsapevolmente, sia da parte dell’operatore che esegue l’analisi sia da parte del paziente.

Il caso delle reazioni crociate o Sindrome orale-allergica (SOA). Si manifesta prevalentemente negli adolescenti e in età adulta e sono delle reazioni allergiche associate tra un alimento e un vegetale che hanno in comune un allergene con una struttura chimica simile. Può accadere, ad esempio,  che soggetti già allergici ad inalanti, come i pollini, presentino delle reazioni incrociate con dei particolari alimenti durante la stagione di pollinazione. Si manifesta con prurito, edema delle labbra e del cavo orale.

Terapie

Dall’ allergia non si può guarire, ma esistono terapie che permettono di alleviare i sintomi. Sono molto usati medicinali come antistaminici (che bloccano l’azione dell’istamina, la sostanza che il corpo rilascia quando risponde alla presenza di un allergene), spray a base di corticosteroidi (che riducono l’infiammazione a livello nasale e bronchiale) e cortisonici.

 

Le  intolleranze alimentari

Sono reazioni avverse scatenate dall’ingestione di alimenti, che NON sono mediate dal sistema immunitario, ma derivano da deficit enzimatici o da sostanze che manifestano un’azione farmacologica. Le intolleranze alimentari possono manifestarsi in varie forme e sono difficili da diagnosticare. Tuttavia ne possiamo individuare di tre tipi principali:

Intolleranze simil-farmacologiche. Possono derivare da sostanze presenti in alcuni farmaci e alimenti, che hanno un’azione simile a quelle dei farmaci. Esempio: xantine, presenti nel caffè e nel tè possono provocare tachicardia e acidità di stomaco.

Intolleranze metaboliche. Nascono da carenza, o assenza, di enzimi che l’organismo utilizza per intolleranza lattosiometabolizzare le proteine. La più diffusa è l’intolleranza al lattosio, lo zucchero contenuto nel latte, legata alla carenza dell’enzima lattasi. In mancanza di questo enzima, l’organismo non è in grado di idrolizzare il lattosio apportato con l’ingestione di latte e i suoi derivati e lo convoglia direttamente nell’intestino. La flora batterica intestinale, a contatto con il lattosio, produce acidi organici e gas e provoca dolori intestinali, crampi addominali e diarrea.

Intolleranze agli additivi chimici. Questi elementi possono essere presenti nei cibi, usati come conservanti, addensanti, dolcificanti ed esaltatori di sapore. Producono sintomi come nausea, mal di testa, dolori addominali o asma.

La diagnosi risulta difficoltosa anche per la mancanza di metodi diagnostici standardizzati e validi, fatta eccezione per il Breath test (test del respiro) che si usa per individuare l’intolleranza al lattosio. Questo esame rivela la quantità di idrogeno che viene espirata prima e dopo la somministrazione di lattosio, consentendo di evidenziare la carenza della lattasi, l’enzima responsabile dell’intolleranza. Altri test utilizzati per identificare le intolleranze sono la dieta di eliminazione e il test di provocazione orale, descritti in precendenza, in quanto utilizzati anche per la diagnosi delle allergie vere e proprie.

Spero vi sia stato utile! Non perdetevi la ricetta senza lattosio!

A presto

Valentina ♥ 😉

 


VOCABOLARIO:
Immunità acquisita (o specifica): rappresenta un sistema di difesa sofisticato, costituito da meccanismi che vengono indotti o stimolati dall’esposizione all’antigene, sono strettamente specifici per le diverse molecole e la loro intensità ed efficacia è incrementata da ripetute esposizioni. Il sistema immunitario difenderà il soggetto in caso di eventuali future aggressioni da parte dello stesso antigene.
Antigene: la sostanza estranea riconosciuta come dannosa che induce la produzione di una grande quantità di anticorpi specifici.