La fame emotiva

La fame emotiva

L’influenza reciproca che caratterizza emozioni e cibo è un argomento che suscita interesse in diversi ambiti, da quello delle scienze della nutrizione umana a quello della psicologia e assume rilevanza anche dal punto di vista clinico.

Le emozioni fanno parte delle esperienze umane e, di per sé stesse, non hanno alcunché di anormale. Quando queste influenzano a tal punto il comportamento alimentare da risultare quasi impossibile controllare il proprio regime dietetico, a livello di quantità e qualità dei cibi ingeriti, si parla di fame emotiva (emotional eating). Accade così che la fame si confonda con le emozioni e il cibo venga utilizzato per far fronte alle difficoltà della vita o allo stress quotidiano. Mangiare diventa una strategia di adattamento alle situazioni problematiche, un modo per anestetizzare i sentimenti negativi, quali angoscia, depressione, rabbia, noia, solitudine, che le difficoltà suscitano.

In molti casi si mangia in modo compulsivo, perché ci si sente incapaci di affrontare le emozioni troppo violente, si mangia anziché dar sfogo al dolore, alla rabbia, alla gioia, poiché mangiando ci si aspetta di ridurre lo stato di malessere e si tende a ripetere questo comportamento ogni volta che ci si trova in una situazione di stress, di ansia, di tristezza.

Al termine dell’episodio di fame emotiva, i vissuti più ricorrenti sono: il sentirsi sovrappeso, anche se, nella maggior parte dei casi, non lo si è, la rabbia nei propri confronti, il senso di colpa e la sensazione di non essere in grado di controllare la propria fame. Si accompagnano, inoltre, a malesseri fisici, quali mal di testa, senso di pesantezza addominale, stanchezza, intensi sbalzi d’umore, in particolare ansia e depressione.

Nonostante le possibili conseguenze negative connesse, l’abbuffata permette di raggiungere, in modo più o meno consapevole, un obiettivo: distrarsi, almeno per un periodo di tempo, dalle proprie emozioni negative.

Al contrario delle persone affette da bulimia e anoressia, i mangiatori emotivi in genere non ricorrono a pratiche compensatorie, come il vomito auto indotto o l’abuso di lassativi, più frequentemente ricorrono invece a diete molto restrittive per controllare il peso corporeo.

Una simile condotta alimentare determina, a lungo andare, la difficoltà a distinguere le sensazioni corporee dalle reazioni emotive.

I modelli di fame emotiva

Esistono diversi modelli di fame emotiva, anche se risulta difficile stabilire l’appartenenza di una persona ad un unico modello; se ne possono individuare principalmente tre (Fata, 2005):

ü  casi in cui l’atto di mangiare sembra rivestire un ruolo di maggiore importanza, rispetto al tipo di cibo assunto;

ü  casi in cui l’elemento maggiormente piacevole sembra essere connesso al poter svolgere tale attività in segreto e all’eccitazione dovuta al rischio di essere colti in flagrante;

ü  casi in cui prevalgono le abbuffate compulsive, indotte da una sensazione di fame incontrollabile.

La fame emotiva si presenta secondo alcuni schemi temporali, specifici per ogni soggetto, in particolare: nel tardo pomeriggio, quando i livelli di serotonina si abbassano; alla sera, prima o dopo cena; oppure, in modo intermittente, nel corso della giornata. Essa può protrarsi per un periodo di tempo di lunghezza variabile, da alcuni minuti, ad alcune ore, dopo l’insorgere dello stato emozionale.

Un episodio di fame emotiva può essere scatenato da una o più emozioni. Può suscitare la voglia di un cibo specifico, di un alimento di una determinata categoria, oppure il desiderio generico dell’atto di cibarsi in sé.

Si tratta, inoltre, di un fenomeno che, a tratti, può riguardare ogni individuo in qualsiasi momento della sua vita.

Comportamenti ed emozioni guidano le nostre voglie di cibo

È interessante notare che uomini e donne attribuiscono alle loro voglie alimentari comportamenti ed emozioni contrastanti. Normalmente gli uomini pensano che esse scaturiscano dalla fame, mentre è più facile che le donne le attribuiscano ad umori negativi come la noia e lo stress. Le donne sono inoltre più portate a provare sentimenti negativi, quali i sensi di colpa e i rimorsi, se hanno ceduto alla tentazione (Weingarten e Elston, 1991). Ciò induce a credere che gli episodi di fame emotiva siano più ricorrenti tra le donne, in relazione a vissuti d’ansia, inquietudine, sentimenti negativi verso sé stessi, rabbia, disagio generico, in concomitanza con una dieta molto restrittiva, o alternata a periodi di grandi abbuffate. In quest’ultimo caso, in particolare, sembra che la deprivazione di cibo renda più sensibili agli stimoli alimentari, che vengono percepiti più piacevoli, rispetto alla media (Drobes, 2003). Infatti, accade spesso che la fame emotiva si presenti nel corso di una dieta eccessivamente restrittiva.

A volte si considera la dieta dimagrante una sorta di autopunizione che ci si deve infliggere, perché ci si svaluta, si ritiene di non meritarsi alcunché e che solo dopo averla seguita con successo ci si possa concedere qualcosa di gratificante. Purtroppo, l’eccesso di ristrettezze alimentari espone al rischio di forti sbalzi d’umore e di grandi abbuffate. In pratica, si crea un circolo vizioso in base al quale una dieta particolarmente restrittiva porta a una maggiore reattività emotiva, che, a sua volta, espone maggiormente al rischio di perdere il controllo sull’alimentazione.

La fame emotiva di per sé non è una malattia né un disturbo, tuttavia può essere un campanello d’allarme di uno stato di malessere da non trascurare e a lungo andare può trasformarsi in un vero e proprio disturbo. Per questo è importante riconoscerla e rivolgersi allo psicologo/psicoterapeuta, meglio ancora se si tratta di un professionista che collabora con specialisti della nutrizione, poiché un approccio ideale è quello che integra la consulenza psicologica a quella nutrizionale.

 

Riferimenti bibliografici:

Drobes, D. et al. (2003), “Food deprivation and emotional reactions to food cues: implications for eating disorders”, Journal of Clinical Child and Adolescent Psychology, 32, 1, 32-39.

Fata, A. (2005), Il cibo come fonte di essere e ben-essere, Armando editore, Roma.

Weingarten, H.P. and Elston, D. (1991), Food Craving in a College Population. Appetite, 17, 167-175

L’articolo è stato scritto dalla Dott.ssa Laura La Carbonara
Psicologa – Psicoterapeuta
Esperta in disturbi dell’apprendimento e difficoltà scolastiche

Indirizzo studio: Via Massacra, 5 – Pavia
Numero: 3312243255
Mail: lauralacarbonara@gmail.com
Sito: www.psicologapv.it

Come la Mindful Eating può aiutarci a crescere?

Come la Mindful Eating può aiutarci a crescere?

Questa è la domanda a cui la Dott.ssa Mara PavanelPsicologa e Psicoterapeuta del Comportamento Alimentare cercherà di rispondere.  Ancora una volta sono lieta di poter pubblicare un suo articolo sul mio blog in quanto reputo la Mindful Eating uno strumento davvero utile e interessante per imparare a gestire le nostre abitudini quotidiane con il cibo.

Buona lettura!


Lavorando con persone che hanno problemi con il peso/il cibo, sento spesso due tipi di lamentela: “Ho sempre fame!” oppure “Ho paura di avere fame!”.

In entrambi i casi, il risultato è che la persona finisce per mangiare tutto il giorno (il cosiddetto “grazing”, brucare), con ovvie conseguenze sul peso ma anche sulle emozioni; in entrambi i casi, infatti, spesso le persone si sentono prive di controllo sulle loro abitudini alimentari.

Come affrontiamo queste situazioni con la Mindful Eating?

Quando mi trovo di fronte una persona che lamenta una fame incessante, il primo passo che compio è quello di aiutarla a chiedersi: “Di cosa ho davvero fame?”. Esistono molti tipi di fame diversi, solo alcuni hanno a che fare con le esigenze del nostro organismo e sono quelle che dovremmo affrontare mangiando. Gli altri tipi, invece, sono legati a influenze esterne, come il mangiare quando mangiano gli altri, oppure interne, ad esempio la fame del cuore o nervosa, quando il cibo diventa un modo per placare/allontanare stati emotivi poco tollerati.

Con la Mindful Eating, si lavora sulla consapevolezza di quei fattori che influenzano il modo di alimentarci, si impara a riconoscere queste diverse istanze, per poi rompere i circoli alimentari viziosi che ne derivano e che creano disagio. Il risultato più immediato è che la persona recupera il senso di quello che le succede, capisce che quello che fa nasce da un bisogno, non è “strano” o “stupido”. Con l’esercizio della Mindful Eating, poi, ognuno con i suoi tempi, apprende a onorare il proprio corpo e a prestare attenzione a se stessi e alle proprie esigenze, e, così, trovare il modo migliore, specifico per ciascuno di noi, di soddisfare queste esigenze, senza più sentirsi in conflitto ma finalmente in grado di scegliere.

L’altra situazione tipica riguarda invece quelle persone che mangiano in continuazione perché hanno paura di provare fame. Nella nostra società, è un rischio praticamente nullo, il cibo è a disposizione ovunque e ad ogni ora. I miei nonni, invece, la conoscevano molto bene, l’ avevano davvero provata, e ancora mio padre mi ha raccontato che, da bambino, non era sempre sicuro di avere da mangiare. Io, e tutti noi da una certa generazione in poi, non sappiamo cosa significhi rischiare di non poter mangiare. Alcuni, poi, tollerano male quel senso di “vuoto” che la fame comporta, e corrono a riempirsi, tanto che in molti non sanno neppure riconoscerla, non si concedono nemmeno il tempo di provarla e quindi non hanno idea di come si manifesti.

Nella Mindful Eating impariamo che la fame ha un suo senso che va accolto; è il modo con cui il nostro corpo ci parla, con cui ci dice di cosa necessita e quando. E impariamo che, per ascoltarlo dobbiamo rischiare il disagio del silenzio. Vale per il corpo: svuotare è altrettanto importante che riempire; uno stomaco sempre pieno è uno stomaco che non riposa mai, che non prova mai il piacere di riempirsi ancora, una bocca sempre piena è una bocca che perde la capacità di apprezzare il cibo, che non è mai soddisfatta. Vale per la mente: le idee migliori vengono quando la mente è calma (a me spesso durante la meditazione), solo una mente che alterna lavoro e riposo può funzionare a pieno regime. Ma per farlo, dobbiamo imparare ad accettare il rischio di provare il disagio di non fare nulla, perché solo nel disagio c’è crescita.

Con la Mindful Eating, fermiamo mente e corpo per ascoltarci: per capire davvero cosa fare, dobbiamo imparare anzitutto a non fare nulla.

Dott.ssa Mara Pavanel

 


Vi ricordo che il 12 Settembre 2019 parte il Primo Corso di Mindful Eating – presso lo Studio BioNutriForm di #viapalestro,2 – Mede (PV). Per chi volesse avere informazioni più dettagliate vi invito a visitare la pagina dedicata a questo link

Corso di Mindful Eating – Settembre 2019

Il corso è tenuto dalla Dott.ssa Mara PavanelPsicologa del comportamento alimentare – Tutti gli incontri sono collegati in quanto percorso, saranno incontri di circa 1h 30min e avranno una parte di esercizi pratici per applicare la metodica nella quotidianità –

Vi invito a visionare il video sul mio canale Youtube  dove la Dott.ssa Pavanel spiega come sono strutturati gli incontri

Il pagamento può essere effettuato al momento del primo incontro – E’ richiesta l’iscrizione anticipata –

Per Informazioni & Iscrizioni

Info@valentinaleva.com